Psicologi vs Counselor: uno scontro voluto da chi?




Con le cuffie che accarezzano i lobi, avvolgendo con la gomma il padiglione auricolare, ti immergi per concederti un noto brano degli AC/DC. Finito il brano, hai la sensazione di aver ascoltato rock puro! Esattamente quello nato dopo il rock'n roll di Elvis, e se sei stato molto attento avrai anche percepito qualche nota dell'antenato Blues, provenire dalla riva del Mississipi.


Eppure nessuno si è mai sognato di descrivere gli AC/DC come un gruppo Blues! Al fruitore attento, allo studioso professionale, quanto a quello amatoriale, e per finire non certo al musicista sarà mai capitato di confondere un genere musicale con un altro, sebbene l'uno sia figlio dell'altro: il Rock è il Rock e il Blues è altro.

Nessuno si è mai chiesto se la preparazione per un musicista di uno dei due stili debba essere maggiore di quella dell'altro, e quando anche lo fosse, la sostanza non cambierebbe.


In ambito pedagogico, per esempio, si annovera, tra i più grandi Educatori, il filosofo, scrittore e musicista, ginevrino J.J. Rousseau. Laureato in filosofia, non in scienze dell'educazione, eppure oggi la filosofia e la pedagogia, sebbene preservino radici comuni, o una corrente possa essere “figlia” dell'altra, possiedono requisiti formativi diversi, perché affiorano in professioni diverse, e, a patto che qualcuno non abbia vantaggi non del tutto esplicitati, non si produce alcuna confusione.


Del resto i padri della psicologia non avrebbero potuto avere una laurea in psicologia - vedi W. Wundt in medicina -, così S. Freud e molti altri ancora.

Non ho trovato corrispondenze, né valore esplicativo quindi, quando viene affermato che C. Rogers - spesso considerato il padre del counseling- fosse uno psicologo. E per tale motivo il counseling debba essere necessariamente sovrapponibile alla terapia di ordine psicologica.


Mi chiedo perché dovrebbe risultare poco chiaro distinguere la professione del counselor con quella dello psicologo. Che per altro entrambe sono ben diverse da quella dello psicoterapeuta e dello psichiatra.

Per la qualità degli intenti, penso sia utile aiutare la persona comune, e in buona fede, ad evitare confusioni dispendiose ai propri danni, quando trattiamo il vasto mondo dei servizi alla persona.


La professione di cui parliamo, quella del counseling, non è, e non deve essere, un intervento sanitario o clinico, non è una terapia e - per fugare ogni dubbio - non deve trattare una psicopatologia di entità alcuna: né media né grave!


Promuovere il benessere della persona attraverso una comunicazione più consapevole e di conseguenza produrre benefici e profondità maggiori verso le proprie relazioni è tra i massimi obiettivi del counselor. Ben diverso dal ruolo più terapeutico dello psicologo/psicoterapeuta. E' pratica comune a tutti i counselor - con precise indicazioni formative - di organizzare l'invio presso un professionista clinico laddove si ravvisi un disturbo psico-patologico, anche di minima entità.


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Questo perché è noto che il percorso di uno psicoterapeuta, successivamente al titolo accademico di psicologia, deve intraprendere una formazione specifica e specializzante, nonché, molto spesso, un percorso personale con un terapeuta esperto.

E' anche noto che per questa categoria di professionisti esista un “albo” - l'Ordine degli Psicologi - che ne osserva le corrette procedure professionali. E così deve essere! Nessuno immagina che un infermiere appassionato alla materia, dopo anni di esperienza, prenda un bisturi e cominci un intervento di appendicectomia.

Nelle buone intenzioni dell'Ordine, nel caso della psicologia e anche altrove, il diritto tutelato è il diritto alla salute, che è di importanza primaria. La legge 56 del 1989 nasce quindi perché la cura della psiche venga riservata a soggetti che abbiano acquisito una competenza specialistica attraverso un iter formativo e un tirocinio, percorso la cui conclusione viene sancita dal superamento dell’esame di stato previsto dall’articolo 33 della Costituzione Italiana.

Arriviamo alla nota dell'insegnamento, che si muove sulla base delle stesse intenzioni di cui sopra: gli psicologi che insegnano presso le scuole di counseling non devono insegnare tecniche psicologiche terapeutiche, ben venga l'art. 21 del codice deontologico degli psicologi. Lo psicologo deve insegnare a non superare i confini; deve insegnare ad organizzare un invio di un cliente; deve chiarire fino a dove si può considerare l'ambito del counseling e, soprattutto, fino a dove non può spingersi il professionista della relazione.


E perché non dovremmo immaginare che tutto ciò possa essere definita una buona pratica?

Trovare inaccettabile tutto ciò, se non ci fossero altre ragioni non del tutto chiarite, non sarebbe un po' come affermare che nella facoltà di scienze infermieristiche nessun medico possa insegnarvi, perché il rischio sarebbe quello di far fare ad un giovane studente di facoltà, il mestiere del medico passando attraverso scorciatoie, per evitare studi più lunghi e faticosi.

Una scuola triennale, post maturità, presso la quale il corpo docenti qualificato insegna il mestiere della buona relazione e si occupa di costruire la tutela per il fruitore finale del servizio prodotto non dovrebbe bastare ad abilitare una professione come quella del counseling appena descritta?


Inoltre ogni scuola che si rispetti - di certo quelle annoverate alle associazioni di categoria - non prevedono forse un percorso di valutazione e supervisione sia personale, sia di gruppo?

Un esperto della materia in questione non ha forse il diritto di fare chiarezza?

Ancora non mi tornano i conti sulle ragioni del terrorismo, che alcuni professionisti sentono la necessità di dover fare.



DOMENICO DE ANGELIS


Tag: la fine del counselor, la fine del counseling, ordine degli psicologi, assocounseling, scontro


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