Saper essere ignoranti: un obiettivo raffinato


Sui Social è anche più difficile da raggiungere





“... O uomini, quegli tra voi è sapientissimo il quale, come Socrate, abbia riconosciuto che in verità la sua sapienza non ha nessun valore”.

Siamo di fronte ad una delle tesi piú famose di tutta la storia della filosofia: quella della “docta ignorantia” che è stato un momento drammatico per Socrate, avvenuto durante il processo che si è concluso con la sua condanna a morte.

Per ragioni diverse viviamo allo stesso modo drammaticamente un momento in cui il paradosso dell’ignoranza ci spinge ad osservare che chi meno sa più crede di sapere.

Se gli intelligenti cercano il dubbio, mentre i superficiali ostentano un sapere senza sostanza, più che una provocazione il rischio -ancora più drammatico- è quello di credere ad un sobrio esame di realtà moderna -più ancora che antica-.

In realtà questa analisi è stata provata da importanti evidenze scientifiche. Questa distorsione cognitiva prende il nome di “Effetto Dunning-Kruger”, dal nome dei due psicologi studiosi che hanno analizzato il fenomeno dal punto di vista scientifico.

L’ignoranza strilla, l’intelligenza è silenziosa! Il paradigma assomiglia alla dimensione inversamente proporzionale che fa il rumore mediatico di un immigrato che delinque, rispetto al silenzio delle migliaia di immigrati perfettamente integrati.

Nella vita quotidiana osserviamo spesso persone poco istruite, o in generale poco preparate su un determinato argomento, adottare atteggiamenti che hanno del paradossale. Tenderanno, infatti, ad utilizzare toni perentori e a proporre le proprie idee – poche o povere – con una certezza del tutto inspiegabile.

Esiste quindi una sovrastima delle proprie competenze -e questo è il fondamento dello studio di David Dunning e Justin Kruger, della Cornell University.


Come funziona l’Effetto Dunning-Kruger?

In estrema sintesi, si tratta di una distorsione cognitiva che causa, negli individui poco esperti in un campo della conoscenza, una sopravvalutazione delle proprie abilità. Al contrario, chi possiede un bagaglio culturale più ampio, o una solida preparazione in un determinato argomento, può risultare molto più insicuro di chi non lo possiede.

Quindi “io so di non sapere” è una profonda considerazione socratica ad appannaggio solo di quelli che sanno di più.

Ma un tale “effetto” è riscontrabile solo nella dimensione -o nel piano- cognitiva o delle competenze?

Non direi! C'è una dimensione, quella della consapevolezza emotiva, che funziona allo stesso identico modo. A chi è capitato di intraprendere un percorso di consapevolezza personale, si sarà accorto che più la conoscenza di se stessi diventava profonda, più l'idea di essere “imperfetti” emergeva. Un tale effetto non si produce negli individui che non intraprendono un viaggio verso se stessi. Tutt'altro le persone che non si interrogano, conoscono poco sé stessi e quindi i propri limiti, immaginando talvolta addirittura di non averne.

Un percorso di counseling è risultato spesso essere una buona ricetta per intraprendere questo viaggio verso il mondo sconosciuto in cui noi stessi qualche volta ci rifugiamo.

Un aiuto, una possibilità, un accompagnamento verso nuovi interrogativi che consentano all'individuo di camminare e camminare verso una nuova ricerca in cui imparare a dare un nome preciso a sentimenti e sensazioni.


DOMENICO DE ANGELIS



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