Usciamo?




Siamo in attesa, come fosse il nostro “primo appuntamento”, diverse sensazioni ci spingono a creare un aspettativa nei confronti del ritorno alla normalità davvero molto alta.

Non sono intuizioni! Sono memoria! Memoria di un luogo che ricordiamo, ma non possiamo non immaginarlo ineluttabilmente modificato.

In quel legittimo desiderio abbiamo dimenticato di interrogarci profondamente se la normalità fosse davvero la nostra meta tanto ambita. Lo spiraglio di ottimismo che stiamo intravedendo è accompagnato da un pensiero difficile da ammettere: “che facciamo? Usciamo?”. (?!?)

L’isolamento di questi mesi ci ha aiutato a ricordare che tempo fa scrivemmo una storia su noi stessi, riguardo la nostra vita: come avrebbe potuto e dovuto svolgersi; chi avremmo dovuto amare; come farlo? Quali dei nostri sentimenti sarebbero stati più accettati; e così via. Una sorta di racconto o di “copione” in cui narravamo le nostre partenze, il nostro proseguire e i nostri arrivi. Le persone che avremmo voluto affianco a noi, le figure che non avrebbero potuto mancare nella nostra vita. Dentro una cornice colorata di sensazioni e sentimenti; di rabbie e paure; di tristezze e piaceri.

Nessuna pretesa, come al solito, di generalizzare. Ognuno ha storie e sensazioni diverse, che spingono verso ragioni e percorsi diversi. Ciò non di meno tutti hanno tracciato un punto, che di per sé ha costruito una sorta di bolla: un luogo dentro di noi sospeso tra il prima e il dopo. Un luogo dove si rimescolano le carte, si mischiano le scelte fatte e quelle da fare, si valutano occasioni, ripartenze e “pit-stop”, si immagina anche un cambiamento. S'immagina!

Per molti è stato un momento in cui sentirsi costretti a vivere drammi inaspettati, sia umani, sia professionali. L'attimo in cui abbiamo dovuto fissare negli occhi per l'ultima volta la persona che amavamo, ma senza sapere che fosse l'ultima volta. Per altri una pausa da obblighi e responsabilità, ebbene...quest'ultimo ha effettivamente determinato anche un suo paradossale fascino.

Per qualcuno potrebbe quindi essere un tempo di riscoperte. Un tempo in cui allargare le maglie del copione, permettere alla propria sceneggiatura di prevedere ambientazioni, personaggi e luoghi, solo immaginati o del tutto nuovi.

Ma tutto questo è davvero possibile? Senza alcun costo?

Il fascino della sfida si costruisce anche sulla possibilità di un rischio (del resto non si può immaginare che questa situazione non abbia portato con sé un rischio al di là di ogni cosa).

Per molti, moltissimi, questa bolla ha permesso di ritrovare un tempo per la relazione. Paradossale se immagina il periodo di obbligo alle “distanze sociali”. La paura anche solo di perdere le relazioni (per i più fortunati che non hanno perso qualcuno) fatte di legami familiari, di situazioni che avevano fino a quel momento costituito “certezze”, ci ha spinto a riflettere sull'importanza delle cose semplici e vitali.

“Torno a casa da lavoro, e trovo mia moglie/madre/figlia/fratello ad aspettarmi”. Certezze che nella freneticità della vita pre-pandemica non avevano bisogno di cercare spazio: lo spazio ce lo avevano come diritto acquisito.

Uscire? Nel solito trambusto? In quel vento che ci trascina e ci sradica come tetti di legno sotto un uragano? Rituffarsi forse è spaventoso. Rimettere in discussione il più labile e il più stabile dei propri equilibri. Accettare di lasciare andare: abbandonare, ciò che fino a qualche momento prima era stata “terra di conquista”di una nostra posizione sociale, di un nostro progetto, di un nostro sogno.

Per qualcuno è stata una sconfitta, un dramma, una privazione economica, dei propri diritti di parola, di libertà, per qualcun altro è stata un'occasione per riscrivere un futuro: non necessariamente migliore, non necessariamente peggiore, solo nuovo.

Quindi che io possa sentirmi l'uno, o l'altro, cosa posso pensare? Azzardo? Usciamo? #ASCEIPA #CounselingLife #Lockdown #Fase2 #Milano2020

DOMENICO DE ANGELIS

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